Dalla protezione fisica alla governance: la sicurezza secondo la NIS2 parte anche dal mondo reale
Nell’immaginario comune, la cybersicurezza è spesso vista come qualcosa di intangibile, confinato nel mondo del digitale. Tuttavia, la Direttiva NIS2 ci ricorda che la sicurezza delle informazioni non riguarda solo firewall, crittografia o autenticazione multifattore, ma anche la protezione fisica e ambientale delle infrastrutture che custodiscono i dati.
Accanto a questo, la norma sottolinea l’importanza della governance e della responsabilità aziendale (accountability), elementi che garantiscono che la sicurezza non sia solo tecnica, ma anche culturale e organizzativa.
Gestione delle identità e degli accessi: il cuore della sicurezza digitale secondo la NIS2
Dopo aver esplorato nelle settimane scorse le misure di gestione del rischio, la risposta agli incidenti e gli obblighi di reporting, entriamo nel cuore operativo della sicurezza informatica: la gestione delle identità e degli accessi.
Si tratta di uno degli aspetti più pratici e, al tempo stesso, più critici della direttiva NIS2, perché un accesso non controllato o un account compromesso può vanificare ogni altra misura di protezione.
La direttiva europea NIS2 (UE 2022/2555) richiede che le organizzazioni adottino meccanismi solidi di autenticazione, controllo e tracciabilità degli accessi ai propri sistemi informativi. Questo non è un semplice requisito tecnico: significa costruire fiducia, assicurare la riservatezza dei dati e prevenire incidenti derivanti da errori umani, furti d’identità o attacchi mirati.
(more…)Reporting e notifica degli incidenti: la trasparenza come leva di resilienza
Nel percorso che abbiamo intrapreso per analizzare le diverse sezioni della direttiva europea NIS2, dopo aver affrontato la gestione del rischio e la risposta agli incidenti, ci concentriamo ora su un aspetto cruciale: gli obblighi di reporting e notifica. Se il monitoraggio e le procedure di risposta aiutano a gestire l’incidente nel momento in cui si verifica, la notifica alle autorità competenti e la trasparenza nei confronti degli stakeholder sono elementi indispensabili per tutelare l’intero ecosistema digitale.
La NIS2 (Direttiva UE 2022/2555) ha rafforzato questo obbligo in maniera significativa rispetto alla normativa precedente. L’obiettivo è chiaro: migliorare la capacità dell’Unione Europea di reagire a minacce sempre più sofisticate, favorire la collaborazione tra soggetti pubblici e privati e ridurre al minimo l’impatto di incidenti che possono avere effetti a catena su più settori. Per le aziende, il rischio di mancata conformità non riguarda solo le sanzioni economiche, ma anche il danno reputazionale derivante dall’occultare o dal comunicare in ritardo una violazione.
La notifica preliminare entro 24 ore
Il primo passaggio richiesto dalla NIS2 è la notifica preliminare, da inviare entro 24 ore dall’individuazione di un incidente rilevante. Questa segnalazione tempestiva non deve contenere tutti i dettagli tecnici, ma serve a informare le autorità competenti (CSIRT nazionale o autorità designata) dell’avvenuto evento e della sua possibile gravità.
Un esempio pratico: se un’azienda rileva un’intrusione nei propri sistemi ma non ha ancora chiaro l’impatto complessivo, deve comunque avviare subito la procedura di notifica. In questo modo le autorità possono monitorare potenziali correlazioni con altri attacchi in corso e fornire supporto immediato. Rimandare la comunicazione, invece, espone l’organizzazione al rischio di sanzioni e aumenta la vulnerabilità dell’intero settore.
La notifica dettagliata entro 72 ore
Entro 72 ore dall’incidente, la direttiva richiede un secondo livello di notifica, molto più articolato. In questa fase l’azienda deve fornire informazioni tecniche e organizzative: tipologia di attacco, sistemi coinvolti, entità dei dati compromessi, misure già adottate per contenere l’impatto.
Un’azienda colpita da ransomware, ad esempio, dovrebbe specificare se i sistemi critici sono stati cifrati, se i dati sensibili risultano esfiltrati, se i backup sono intatti e quali azioni sono state avviate (isolamento delle macchine infette, intervento di esperti esterni, ecc.). Questa trasparenza consente alle autorità di valutare l’impatto a livello nazionale o settoriale e di fornire linee guida su come procedere.
La relazione finale entro un mese
Il processo di reporting si completa con una relazione finale da presentare entro un mese dall’incidente. In questo documento, l’azienda è chiamata a fornire un’analisi completa: cause scatenanti, cronologia degli eventi, valutazione dell’impatto reale e descrizione delle misure correttive intraprese per evitare che l’episodio si ripeta.
Un caso concreto: se una vulnerabilità non patchata ha consentito a un attaccante di entrare nei sistemi, la relazione finale dovrà documentare non solo la correzione della falla, ma anche l’implementazione di procedure migliorative (come una gestione più stringente delle patch o l’adozione di un sistema automatizzato di aggiornamento). Questa fase è preziosa non solo per l’adempimento normativo, ma come occasione di apprendimento organizzativo.

La gestione della comunicazione interna ed esterna
Parallelamente agli obblighi formali verso le autorità, la NIS2 sottolinea l’importanza di una comunicazione chiara e coerente verso dipendenti, clienti e partner. Un incidente non gestito correttamente a livello comunicativo rischia infatti di amplificare i danni reputazionali.
Predisporre un piano di crisis communication che si integri con il piano di risposta agli incidenti è quindi fondamentale. In pratica, significa stabilire chi comunica cosa, attraverso quali canali e con quale linguaggio. Ad esempio, un’azienda che subisce un data breach dovrà rassicurare i clienti sul fatto che le misure di contenimento sono in atto e spiegare quali azioni devono intraprendere (come cambiare le password), evitando sia l’allarmismo sia il silenzio colpevole.
Conclusione
Gli obblighi di reporting e notifica introdotti dalla NIS2 non sono un semplice adempimento burocratico: rappresentano un tassello essenziale per migliorare la resilienza collettiva contro le minacce informatiche. Notificare rapidamente, fornire dettagli accurati e comunicare con trasparenza sono pratiche che proteggono l’azienda e rafforzano la fiducia degli stakeholder.
Se la tua organizzazione vuole affrontare con serenità queste sfide, noi possiamo supportarti nella definizione dei flussi di notifica, nella creazione delle procedure operative e nella gestione della comunicazione di crisi. Contattaci: insieme possiamo trasformare la compliance NIS2 in un percorso di crescita e solidità aziendale.
NIS2: Prevenzione e risposta agli incidenti
La settimana scorsa sono state approfondite le misure di gestione del rischio previste dalla direttiva europea NIS2, sottolineando l’importanza di un approccio strutturato alla sicurezza informatica. Ma la gestione del rischio è solo il primo passo: altrettanto centrale è la capacità di prevenire e rispondere agli incidenti. È proprio questo l’oggetto della sezione che andremo ad analizzare oggi, con esempi pratici e soluzioni operative.
La Direttiva NIS2 (UE 2022/2555), in vigore dal 16 ottobre 2024 e applicabile negli Stati membri a partire da ottobre 2024, rappresenta il quadro normativo europeo più avanzato in materia di cybersicurezza. Rispetto alla versione precedente, amplia i settori interessati, impone standard più rigorosi e introduce sanzioni significative per chi non si adegua. Per le aziende, i rischi di non conformità vanno ben oltre le multe: perdita di dati, interruzioni operative e danni reputazionali possono avere effetti devastanti.
Monitoraggio e rilevamento
Una delle prime misure richieste è la capacità di monitorare costantemente i sistemi e di rilevare comportamenti anomali. Questo significa dotarsi di strumenti che permettano di analizzare il traffico di rete, raccogliere i log e generare allarmi quando emergono attività sospette.
In pratica, le aziende possono adottare sistemi SIEM (Security Information and Event Management) che centralizzano i log e applicano regole di correlazione, oppure soluzioni basate su machine learning capaci di individuare pattern anomali. Un esempio concreto? Se un account effettua tentativi di accesso multipli da Paesi diversi nel giro di pochi minuti, un buon sistema di monitoraggio deve segnalarlo come evento critico.
Gestione degli incidenti
La NIS2 richiede l’implementazione di procedure strutturate per la gestione degli incidenti, ossia piani che descrivano come riconoscere, analizzare, contenere e risolvere un attacco informatico. Non basta reagire “al momento”: serve un framework chiaro.
Un’azienda, ad esempio, può predisporre un Incident Response Plan (IRP) che stabilisce i ruoli e le responsabilità del team di sicurezza, le modalità di escalation e le comunicazioni interne ed esterne. Se un ransomware blocca i sistemi, l’IRP deve indicare chi contattare, quali azioni immediate intraprendere (isolare i server colpiti, avvisare il CSIRT nazionale, ripristinare da backup sicuri) e come documentare l’accaduto per imparare dall’esperienza.
Business Continuity e Disaster Recovery
Altro pilastro è la continuità operativa. Gli incidenti, infatti, non si possono sempre evitare: ciò che fa la differenza è la capacità dell’azienda di mantenere i servizi essenziali attivi o ripristinarli rapidamente dopo un’interruzione.
Per garantire questo obiettivo, le imprese devono sviluppare piani di Business Continuity (BCP) e Disaster Recovery (DRP). Un esempio pratico è la replica dei dati su un data center secondario in un’altra località geografica, che consenta di riprendere le operazioni anche in caso di disastro fisico nel sito principale. Allo stesso modo, l’esecuzione regolare di backup cifrati, testati e isolati riduce il rischio di perdite irreversibili.
Test e audit periodici
Nessuna misura è davvero efficace se non viene testata. La NIS2 insiste sull’importanza di verifiche periodiche, che includono simulazioni, penetration test e vulnerability assessment.
Immaginiamo un’azienda che esegue ogni sei mesi un red team exercise, simulando un attacco informatico orchestrato da un team interno o esterno. Questo tipo di attività permette di scoprire vulnerabilità nascoste, valutare la prontezza del personale e migliorare le procedure di risposta. Parallelamente, audit indipendenti contribuiscono a garantire che le policy e le misure adottate siano rispettate nel tempo e aggiornate rispetto all’evoluzione delle minacce.
Conclusione
La sezione della NIS2 dedicata a prevenzione e risposta agli incidenti rappresenta un invito concreto alle aziende a non limitarsi alla teoria della gestione del rischio, ma a costruire una vera capacità di resilienza. Monitoraggio, risposta rapida, continuità operativa e test regolari non sono solo obblighi normativi, ma strumenti vitali per garantire stabilità e fiducia nel proprio business.
Se la tua azienda vuole affrontare con serenità queste sfide, noi possiamo supportarti in ogni fase: dalla definizione dei piani di risposta alla configurazione di sistemi di monitoraggio, fino alla realizzazione di test periodici. Contattaci per scoprire come trasformare la compliance NIS2 in un vantaggio competitivo.
NIS2: Misure di gestione del rischio e sicurezza informatica
Rischi informatici in crescita
Negli ultimi anni le minacce informatiche sono aumentate in maniera drastica, sia in quantità che in complessità. Secondo rapporti ufficiali dell’Unione Europea e di ENISA:
- Il numero di attacchi disruptivi è raddoppiato nell’UE tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024
- L’aumento percentuale delle attività ostili verso obiettivi europei è stato del 16 % in certi periodi recenti.
- Il volume di vulnerabilità (CVE) segnalate, così come le campagne di attacco via phishing, ransomware, e supply chain, sono in continua evoluzione, costringendo le organizzazioni a investire maggiormente in misure di sicurezza preventive.
Questi trend rendono evidente che nessuna azienda, grande o piccola, può permettersi di sottovalutare la sicurezza informatica: la perdita di dati, danni reputazionali, interruzioni operative, multe regolatorie possono avere conseguenze rilevanti.
La Direttiva NIS2 in sintesi
La Direttiva UE 2022/2555, nota come NIS2, è l’evoluzione della precedente direttiva NIS, con recepimento in Italia tramite il D.Lgs. 138/2024.
Le principali caratteristiche:
- Estensione del perimetro: più settori e più tipologie di aziende (operatori di servizi essenziali e importanti).
- Standard di sicurezza più elevati e obblighi più stringenti per la gestione del rischio, la notificazione degli incidenti, la governance.
I rischi per le aziende che non si adeguano spaziano da semplici sanzioni amministrative a responsabilità legali, da perdita di competitività/del trust da parte di clienti e partner fino addirittura all’interruzione del servizio, ricevendo danni economici diretti e indiretti.
La direttiva europea NIS2 rappresenta un passo decisivo nel rafforzamento della cybersicurezza a livello comunitario. Nasce dall’esigenza di rispondere all’aumento significativo delle minacce informatiche, che negli ultimi anni hanno colpito in maniera crescente infrastrutture critiche, aziende e pubbliche amministrazioni. Rispetto alla precedente normativa, amplia il campo di applicazione a un numero maggiore di settori e di organizzazioni, includendo non solo i gestori di servizi essenziali ma anche realtà considerate “importanti” per la resilienza dell’economia e della società europea.
Al cuore della NIS2 vi è l’obbligo per le imprese di adottare misure tecniche e organizzative adeguate a gestire i rischi informatici. Questo significa introdurre processi strutturati di valutazione e trattamento del rischio, garantire la protezione dei dati attraverso crittografia e sistemi di autenticazione, rafforzare la sicurezza lungo tutta la supply chain e predisporre piani di continuità operativa e di risposta agli incidenti. Particolare rilevanza assumono gli obblighi di notifica: le organizzazioni devono segnalare tempestivamente eventuali incidenti significativi alle autorità competenti, seguendo tempistiche precise.
Il mancato adeguamento alla direttiva comporta rischi sia economici, con l’applicazione di sanzioni, sia operativi e reputazionali, poiché le aziende non conformi risultano più vulnerabili ad attacchi e interruzioni. Al contrario, chi si allinea alla NIS2 non solo rispetta un obbligo normativo, ma rafforza la fiducia di clienti e partner, trasformando la compliance in un vantaggio competitivo e in un investimento strategico per la continuità del proprio business.
Cosa deve fare concretamente un’azienda?
La sezione “Misure di gestione del rischio e sicurezza informatica” della NIS2 richiede una serie di misure tecniche e organizzative proporzionate al profilo di rischio dell’azienda. Ecco i punti chiave, con esempi pratici e soluzioni.
1. Risk assessment periodici
Identificare, quantificare e monitorare i rischi legati a sistemi, reti, dati e infrastrutture significa avere una visione chiara e aggiornata delle minacce che potrebbero compromettere la sicurezza aziendale, valutandone l’impatto e la probabilità di accadimento per poter adottare misure preventive e correttive adeguate.
Si suggerisce quindi di:
- condurre un’analisi dei rischi (Risk Assessment) all’inizio del progetto o dell’anno, includendo tutti gli asset IT (hardware, software, dati sensibili) e valutare le minacce (malware, ransomware, accesso non autorizzato) e le vulnerabilità (software non aggiornato, credenziali deboli).
- utilizzare metodologie collaudate come ISO/IEC 27005, NIST SP 800-30, o modelli basati su probabilità & impatto.
Approfondimento sulla ISO/IEC 27005
La ISO/IEC 27005 è lo standard internazionale che fornisce linee guida per la gestione del rischio in ambito sicurezza delle informazioni, ed è parte integrante della famiglia di norme ISO/IEC 27000 legate ai sistemi di gestione della sicurezza (ISMS).
Tale standard prevede:
- Approccio metodologico alla gestione del rischio: fornendo un quadro strutturato per identificare, valutare e trattare i rischi legati alla sicurezza delle informazioni, permettendo di adottare diversi metodi per la gestione del rischio (quantitativi, qualitativi o misti).
- Processo di gestione del rischio attraverso la formalizzazione delle fasi di gestione:
- Definizione del contesto: stabilire ambito, criteri di valutazione, asset da proteggere, attori coinvolti.
- Identificazione del rischio: individuare minacce, vulnerabilità, impatti potenziali e scenari di rischio.
- Analisi del rischio: valutare la probabilità e la gravità di ciascun rischio.
- Valutazione del rischio: confrontare i rischi con criteri predefiniti (accettabilità, priorità, soglie).
- Trattamento del rischio: scegliere come gestire ciascun rischio (mitigazione, trasferimento, accettazione, eliminazione).
- Accettazione del rischio: approvazione formale da parte del management.
- Comunicazione e consultazione: coinvolgere stakeholder interni ed esterni durante tutto il processo.
- Monitoraggio e revisione: controllare i rischi residui e aggiornare la valutazione in base a nuovi scenari.
- Integrazione con l’ISMS, attraverso il supporto all’implementazione della ISO/IEC 27001, offrendo la parte operativa di analisi e gestione del rischio e consentendo di dimostrare la “due diligence” in caso di audit o di eventi di sicurezza.
- Supporto alla decisione basandosi sul rischio in materia di controlli di sicurezza, budget e priorità operative.
Approfondimento sulla NIST SP 800-30
La NIST Special Publication 800-30 è una delle linee guida più importanti emanate dal National Institute of Standards and Technology (NIST) degli Stati Uniti. È dedicata alla gestione del rischio nei sistemi IT e costituisce un riferimento riconosciuto a livello internazionale per strutturare processi di risk assessment in ambito informatico. Il suo scopo è di:
- Fornire un metodo standardizzato per identificare e valutare rischi nei sistemi IT.
- Aiutare le organizzazioni a determinare i livelli accettabili di rischio.
- Supportare le decisioni nella selezione di controlli di sicurezza da implementare.
- Creare una base documentata che faciliti audit, conformità normativa e miglioramento continuo.
Questa linea guida descrive delle fasi di processo che possono essere sintetizzate in:
1. Preparazione
- Definizione degli obiettivi del risk assessment.
- Identificazione del perimetro (sistemi, processi, dati, infrastrutture coinvolte).
- Raccolta di informazioni preliminari sugli asset.
2. Identificazione delle minacce
- Elencare tutte le potenziali minacce: cyber attacchi, errori umani, guasti tecnici, disastri naturali, interruzioni di fornitura.
- Fonti utili: database di vulnerabilità (es. NVD, CVE), intelligence sulle minacce, incidenti passati.
3. Identificazione delle vulnerabilità
- Individuare le debolezze che possono essere sfruttate da minacce: software non aggiornato, configurazioni errate, procedure assenti, mancanza di formazione del personale.
4. Analisi delle probabilità
- Determinare la probabilità che una minaccia sfrutti una vulnerabilità, basandosi su dati storici, trend e capacità di difesa.
5. Analisi dell’impatto
- Stimare le conseguenze in caso di successo di un attacco: perdita di dati, fermo operativo, danni reputazionali, sanzioni legali.
6. Determinazione del livello di rischio
- Combinare probabilità e impatto in una matrice di rischio (es. basso, medio, alto, critico).
- Evidenziare le aree prioritarie di intervento.
7. Raccomandazioni sui controlli
- Individuare misure di sicurezza adeguate: tecniche (firewall, cifratura, IDS/IPS) e organizzative (policy, formazione, monitoraggio).
- Considerare costi, benefici e fattibilità.
8. Documentazione e comunicazione
- Registrare tutto il processo per consentire tracciabilità e audit.
- Comunicare i risultati al management per supportare decisioni consapevoli.
9. Revisione e aggiornamento
- Il risk assessment non è statico: deve essere aggiornato periodicamente o in caso di modifiche significative ai sistemi, alle minacce o al contesto normativo.
Differenza tra ISO/IEC 27005 e NIST SP 800-30
Entrambi si integrano bene: molte aziende adottano il framework ISO 27001/27005 e utilizzano la NIST SP 800-30 come guida operativa per l’analisi dei rischi.
NIST SP 800-30: più pratico e operativo, con esempi concreti e strumenti come la matrice rischio/probabilità/impatto.
ISO/IEC 27005: più flessibile e metodologico, lascia spazio alla personalizzazione da parte dell’organizzazione.
Per mettere in pratica i suggerimenti:
- adottare strumenti di scansione automatica delle vulnerabilità (vulnerability scanners);
- svolgere periodicamente simulazioni di attacco (penetration test) per valutare la sicurezza reale;
- coinvolgere terze parti esterne per audit indipendenti.
2. Inventario asset e classificazione dei dati
È una buona pratica avere piena consapevolezza di quali risorse e sistemi si possiedono, conoscere con precisione dove sono conservati i dati, comprenderne il livello di sensibilità e sapere chi ha accesso a essi.
Per una completa consapevolezza è suggerito:
- mappare tutti gli asset hardware (server, workstation, dispositivi mobili) e software (software di produttività, applicazioni critiche, servizi cloud), con relativi sistemi operativi, versioni, patch applicate.
- classificare i dati in base alla sensibilità: ad esempio “Pubblico”, “Interno”, “Riservato”, “Critico” e associare misure crescenti a ogni classe (cifratura, backup frequenti, accesso ristretto).
C’è chi usa dei fogli di calcolo e chi dei documenti scritti a mano. Nell’era del digitale, oltre che per una buona organizzazione e gestione del processo, è suggerito l’attivazione di:
- un CMDB (Configuration Management Database) per la gestione degli asset;
- policy per il data classification integrate nelle procedure aziendali;
- controlli automatici che segnalano asset non inventariati o software fuori patch.
3. Crittografia e protezione dei dati
Bisogna assicurarsi che i dati siano protetti sia quando sono conservati nei sistemi sia quando vengono trasmessi, adottando misure come l’autenticazione sicura, una corretta gestione delle chiavi crittografiche e la protezione delle password.
Un primo esempio concreto è la cifratura dei dischi nei laptop o nei dispositivi mobili aziendali. Questa misura consente di proteggere i dati anche in caso di furto o smarrimento del device: senza la chiave crittografica, i contenuti rimangono illeggibili a chiunque non sia autorizzato.
Un altro aspetto fondamentale è l’uso di TLS/SSL per tutte le comunicazioni esterne. Applicare protocolli sicuri permette di proteggere l’integrità e la riservatezza delle informazioni che transitano sulla rete, prevenendo intercettazioni o manomissioni.
La protezione tramite VPN rappresenta una soluzione efficace per gli accessi remoti. Creando un canale cifrato tra il dispositivo dell’utente e l’infrastruttura aziendale, la VPN riduce i rischi legati a connessioni insicure, come quelle da reti Wi-Fi pubbliche.
Infine, l’adozione di algoritmi crittografici robusti, come RSA con chiavi di dimensioni adeguate o AES-256, garantisce che la protezione dei dati sia basata su standard riconosciuti a livello internazionale e resistenti agli attacchi informatici. L’uso di algoritmi deboli o obsoleti, al contrario, esporrebbe l’organizzazione a rischi significativi.
Una soluzione molto utile è l’adozione di sistemi di gestione centralizzata delle chiavi crittografiche (KMS). In questo modo l’azienda può controllare in maniera sicura e uniforme la generazione, la distribuzione e la rotazione delle chiavi, riducendo i rischi legati a una gestione manuale o frammentata.
L’implementazione dell’autenticazione a più fattori (MFA) rappresenta un ulteriore livello di protezione: richiedendo più elementi di verifica oltre alla sola password, come un token o una conferma da dispositivo mobile, si innalza notevolmente la sicurezza degli accessi, specialmente a sistemi critici.
Fondamentale è anche definire e rispettare policy per password forti, che prevedano criteri stringenti nella creazione delle credenziali e ne stabiliscano la durata. Una gestione consapevole delle password riduce drasticamente le possibilità di compromissione.
Infine, la rotazione periodica delle credenziali consente di limitare i rischi derivanti da eventuali furti o intercettazioni, impedendo che un accesso non autorizzato possa protrarsi nel tempo. Questa pratica, sebbene spesso percepita come onerosa dagli utenti, resta uno dei capisaldi di una strategia di protezione efficace.
4. Politiche di sicurezza e governance
Un passo decisivo per rafforzare la sicurezza aziendale è la nomina di un responsabile della sicurezza, come un CISO o una figura equivalente, che abbia il compito di coordinare tutte le attività e di riferire direttamente alla direzione. Questo garantisce che le decisioni in materia di sicurezza non restino frammentate, ma seguano una linea chiara e condivisa a livello manageriale.
Altrettanto importante è la stesura di policy aziendali documentate, che definiscano in modo preciso le regole sull’uso delle risorse informatiche, la gestione degli accessi e le procedure da seguire in caso di incidenti di sicurezza. Una policy scritta e condivisa costituisce la base per comportamenti uniformi e riduce le zone d’ombra in cui possono annidarsi rischi operativi.
La formazione del personale rappresenta un altro pilastro: sensibilizzare i dipendenti sulle minacce più comuni, come il phishing o le pratiche scorrette di gestione delle password, contribuisce a ridurre la probabilità di incidenti causati da errori umani. Simulazioni pratiche e campagne periodiche di awareness sono strumenti efficaci per mantenere alto il livello di attenzione.
Infine, le revisioni periodiche delle policy permettono di verificare che le regole e le procedure adottate siano sempre coerenti con l’evoluzione delle minacce e delle tecnologie. La sicurezza, infatti, non è un obiettivo statico ma un processo dinamico che richiede aggiornamenti costanti per essere davvero efficace.
5. Sicurezza nella supply chain
Gestire la sicurezza all’interno della supply chain significa valutare attentamente i rischi introdotti da fornitori e partner oltre che proteggere i propri sistemi. Un primo passo è richiedere ai fornitori il rispetto di standard minimi di sicurezza, includendo requisiti chiari nei contratti, come l’obbligo di applicare regolarmente patch di sicurezza, utilizzare protocolli cifrati o adottare policy di protezione dei dati.
Un’attività altrettanto utile è la valutazione preventiva dei fornitori, attraverso audit di sicurezza o checklist dedicate, prima di affidare loro servizi critici o l’accesso a sistemi aziendali. Questo approccio consente di ridurre il rischio di introdurre vulnerabilità derivanti da partner esterni.
Il monitoraggio continuo delle soluzioni fornite da terze parti è un altro aspetto essenziale. Librerie software, servizi cloud o componenti hardware esterni vanno controllati periodicamente per verificare che siano aggiornati e sicuri, poiché spesso rappresentano un punto di ingresso sfruttato dagli attaccanti.
Infine, è importante inserire nei contratti clausole di notifica degli incidenti che obblighino i fornitori a informare tempestivamente l’azienda in caso di violazioni o problemi di sicurezza. Questo garantisce una reazione più rapida e coordinata, riducendo l’impatto potenziale sull’organizzazione.
6. Monitoraggio, logging e rilevamento delle anomalie
Il monitoraggio costante delle attività e la raccolta dei log sono strumenti fondamentali per avere visibilità su ciò che accade nei sistemi aziendali. Centralizzare queste informazioni consente di individuare in tempi rapidi eventuali anomalie o comportamenti sospetti, che altrimenti potrebbero passare inosservati.
L’adozione di un SIEM (Security Information and Event Management) permette di raccogliere i log provenienti da diverse fonti (server, applicazioni, firewall, dispositivi di rete) e di analizzarli in maniera automatica, generando alert in caso di eventi critici o fuori dall’ordinario. Questo tipo di strumento facilita il lavoro dei team di sicurezza, che possono così concentrarsi sugli incidenti più rilevanti.
Un altro aspetto importante riguarda la definizione di regole e soglie di allerta. Ad esempio, un numero elevato di tentativi di accesso falliti in poco tempo, connessioni provenienti da località insolite o un uso anomalo delle risorse di sistema possono costituire segnali di un attacco in corso.
Infine, stabilire una politica di conservazione dei log consente di avere uno storico utile per indagini forensi e per verifiche di conformità. In questo modo l’azienda non solo può reagire più rapidamente agli incidenti, ma dispone anche di prove concrete in caso di audit o contenziosi.
7. Procedure di aggiornamento e gestione delle patch
La gestione delle patch e degli aggiornamenti è uno dei pilastri della sicurezza informatica, perché molte delle violazioni più gravi avvengono sfruttando vulnerabilità già note e per le quali esistono da tempo correzioni disponibili. Definire un ciclo regolare di aggiornamento, ad esempio mensile, permette di ridurre drasticamente la finestra di esposizione a queste minacce.
Per rendere il processo efficace, è fondamentale monitorare costantemente gli avvisi di sicurezza rilasciati dai fornitori e dai database ufficiali delle vulnerabilità, come il CVE. Questo consente di intervenire tempestivamente non appena emerge una criticità che riguarda i sistemi aziendali.
Un approccio maturo prevede inoltre di testare le patch in ambienti di staging prima di distribuirle in produzione. In questo modo si minimizzano i rischi di malfunzionamenti e interruzioni, mantenendo al tempo stesso un elevato livello di protezione.
L’uso di strumenti di automazione per la gestione delle patch semplifica e velocizza il processo, riducendo la possibilità di errori manuali e garantendo uniformità negli aggiornamenti. Accanto a ciò, è utile prevedere piani di rollback per ripristinare rapidamente un sistema in caso di problemi successivi all’installazione.
Conclusione
Le “Misure di gestione del rischio e sicurezza informatica” richieste dalla Direttiva NIS2 non sono semplicemente formalismi: sono strumenti essenziali per mitigare un rischio che oggi è reale, crescente, e capace di danneggiare gravemente le aziende sotto molteplici profili: operativo, economico, reputazionale e legale.
Se la tua azienda vuole avere sicurezza rispetto agli obblighi normativi, ridurre la probabilità di attacchi di successo, e garantire continuità operativa, noi possiamo supportarla in questo percorso:
- valutazione personalizzata del rischio informatico;
- definizione ed implementazione delle policy e procedure richieste;
- supporto tecnico per strumenti come SIEM, gestione vulnerabilità, cifratura;
- audit e simulazioni;
- formazione del personale.
Contattaci per una consulenza: possiamo guidarti dall’analisi iniziale fino all’adempimento completo, così che la NIS2 diventi un’opportunità per rafforzare la resilienza e la fiducia dei tuoi clienti.
Architetture a Microservizi: il futuro dello sviluppo software
Negli ultimi anni, le architetture a microservizi sono emerse come una delle soluzioni più innovative e flessibili nel mondo dello sviluppo software. In un contesto in cui la scalabilità, la resilienza e la rapidità di innovazione diventano requisiti imprescindibili per il successo dei progetti digitali, l’approccio microservizi si configura come un alleato strategico per le aziende moderne.
Che cosa sono i Microservizi?
A differenza delle classiche architetture monolitiche, dove tutte le funzioni di un’applicazione sono integrate in un unico blocco, i microservizi propongono una suddivisione modulare dell’applicazione in servizi indipendenti. Ogni microservizio è responsabile di una funzionalità specifica e comunica con gli altri tramite API ben definite.
Vantaggi principali:
- Scalabilità: È possibile scalare in maniera indipendente ogni servizio, assicurando una gestione più efficiente delle risorse in base al carico.
- Flessibilità tecnologica: Ogni microservizio può essere sviluppato utilizzando tecnologie e linguaggi diversi, scegliendo gli strumenti più idonei per ciascuna funzionalità.
- Resilienza e manutenibilità: Isolando i componenti, un eventuale malfunzionamento in un servizio non compromette l’intera applicazione. Inoltre, aggiornamenti e manutenzione risultano più agevoli.
- Sviluppo e deployment indipendenti: I team possono lavorare in parallelo su componenti distinti, accelerando il ciclo di sviluppo e favorendo l’innovazione continua.
Le sfide da affrontare
Nonostante i vantaggi, l’adozione di un’architettura a microservizi comporta delle sfide importanti:
- Complessità gestionale: La gestione di numerosi servizi distribuiti richiede un’architettura di orchestrazione sofisticata (ad esempio, l’uso di strumenti come Kubernetes) e una strategia di monitoraggio efficace.
- Comunicazione fra servizi: La creazione di API robuste e la gestione delle comunicazioni asincrone sono fondamentali per evitare problemi di latenza e garantire la coerenza dei dati.
- Sicurezza: La dispersione dei servizi incrementa la superficie d’attacco. È fondamentale implementare misure di sicurezza a più livelli, come l’autenticazione, l’autorizzazione e la crittografia dei dati in transito.
- Testing distribuito: La verifica della correttezza e dell’integrazione tra i vari microservizi richiede soluzioni avanzate di testing che simulino gli scenari reali.
Best Practices per implementare Architetture a Microservizi
Per sfruttare appieno i benefici dei microservizi, è importante seguire alcune best practices:
- Definire confini ben chiari per ogni servizio: Segmenta le funzionalità in modo tale da garantire l’autonomia di ogni componente.
- Adottare una strategia di API design solida: Utilizza standard come REST o gRPC per garantire la coerenza nella comunicazione fra i servizi.
- Implementare sistemi di monitoraggio e logging centralizzati: Strumenti come Prometheus, Grafana o ELK Stack aiutano a tracciare le performance e a individuare rapidamente eventuali malfunzionamenti.
- Investire in una infrastruttura di containerizzazione: Soluzioni come Docker e Kubernetes semplificano il deployment e la gestione delle istanze dei microservizi.
- Favorire la cultura DevOps: L’integrazione continua e il deployment continuo (CI/CD) sono fondamentali per mantenere un ciclo di sviluppo agile ed efficiente.
Caso di studio: software gestionale on cloud
Immaginiamo un’azienda che offre una suite di strumenti per la gestione aziendale, come la contabilità, la gestione delle risorse umane, il CRM e la logistica, tutti integrati in un’unica piattaforma cloud. In questo contesto, l’adozione di un’architettura a microservizi può offrire numerosi vantaggi:
- Personalizzazione e modularità: Ogni modulo (contabilità, HR, CRM, logistica) può essere sviluppato e aggiornato indipendentemente. Se una nuova funzionalità o un aggiornamento è richiesto per il modulo CRM, questo può essere implementato senza influenzare gli altri moduli, garantendo un’esperienza utente costantemente stabile.
- Scalabilità mirata: Durante periodi di alta richiesta, ad esempio in prossimità di scadenze contabili o periodi di gestione dei picchi nelle vendite, è possibile scalare solo i microservizi direttamente coinvolti nella gestione del carico, ottimizzando così l’allocazione delle risorse cloud e riducendo i costi operativi.
- Aggiornamenti e manutenzione in tempo reale: Un’architettura distribuita permette di effettuare aggiornamenti in maniera progressiva, minimizzando i tempi di inattività. Inoltre, eventuali problemi in un modulo non compromettono l’intera piattaforma, garantendo l’affidabilità del servizio.
- Integrazione con servizi esterni: Il modello a microservizi favorisce l’integrazione con sistemi di terze parti (come piattaforme di pagamento, servizi di verifica fiscale o strumenti di analytics), grazie alla capacità di esporre API dedicate per l’interoperabilità.
- Sicurezza e compliance: La segmentazione dei servizi permette di isolare meglio i dati sensibili e di applicare strategie di sicurezza su misura per ogni componente, rispettando le normative vigenti per la gestione dei dati nel cloud.
In sintesi, per un software gestionale on cloud, l’adozione di un’architettura a microservizi non solo rende possibile un’ampia personalizzazione e un miglioramento continuo del servizio, ma consente anche di affrontare con flessibilità sfide legate alla crescita, alla sicurezza e all’integrazione di nuove tecnologie.
Perché scegliere un’Architettura a Microservizi?
In un’epoca in cui la rapidità di adattamento al mercato e l’innovazione continua sono cruciali, le aziende che adottano architetture a microservizi possono beneficiare di:
- Maggiore agilità nello sviluppo e deployment delle funzionalità,
- Riduzione dei tempi di downtime in caso di problemi,
- Adattabilità a tecnologie emergenti grazie alla natura flessibile dei singoli servizi.
Inoltre, il paradigma dei microservizi favorisce la collaborazione tra team distribuiti e specializzati, stimolando una cultura aziendale orientata all’innovazione e alla responsabilizzazione tecnica.
Le architetture a microservizi rappresentano una svolta nel modo di concepire e realizzare soluzioni software. Non solo offrono notevoli vantaggi in termini di scalabilità e resilienza, ma permettono anche di affrontare con successo le sfide di un mercato in continua evoluzione.
Da Axio Studio, siamo convinti che adottare tecnologie all’avanguardia e metodologie di sviluppo innovative sia fondamentale per rimanere competitivi e rispondere in maniera efficace alle esigenze dei nostri clienti.
Se desideri approfondire l’argomento o conoscere come possiamo aiutarti a implementare soluzioni
Come ripristinare siti web e sistemi software hackerati: il processo completo
Negli ultimi anni, gli attacchi informatici sono diventati sempre più comuni e sofisticati, mettendo a rischio la sicurezza e la privacy dei dati sensibili conservati sui siti web e sui sistemi software. Quando un sito web o un sistema software viene hackerato, è fondamentale intervenire tempestivamente per ripristinare la sicurezza e la fiducia degli utenti.
In questo articolo, esploreremo il processo di ripristino di siti web e sistemi software hackerati, descrivendo le fasi principali e le azioni necessarie per garantire la protezione dei dati e la ripresa delle attività.
Identificazione dell’hack e valutazione dei danni
La prima fase del processo di ripristino consiste nell’identificazione dell’hack e nella valutazione dei danni causati. Questa fase è essenziale per comprendere la portata dell’attacco e individuare le vulnerabilità che hanno consentito l’intrusione.
In questa fase, il team di ripristino deve analizzare il codice sorgente del sito o dell’applicazione, individuare i file compromessi, le porte di accesso utilizzate dagli hacker e le modalità di accesso non autorizzato. Queste informazioni sono utili per sviluppare un piano di ripristino efficace e per prevenire futuri attacchi.
Sviluppo del piano di ripristino
Una volta identificati i problemi, il team di ripristino deve sviluppare un piano dettagliato per ripristinare il sito web o il sistema software. Questo piano dovrebbe prevedere le azioni necessarie per rimuovere i file compromessi, aggiornare il software, creare backup del sito o dell’applicazione e modificare le credenziali di accesso.
In questa fase, è importante anche stabilire un calendario di lavoro, definendo le priorità e le scadenze per ciascuna attività. Questo aiuta a mantenere il processo organizzato e a garantire una ripresa rapida delle attività.
Rimozione dei file compromessi
La rimozione dei file compromessi è una delle attività più importanti del processo di ripristino. Questo passo implica la scansione del sito o dell’applicazione per individuare i file compromessi e rimuoverli dal sistema.
In alcuni casi, potrebbe essere necessario ripristinare le versioni precedenti dei file o dei database, utilizzando i backup creati in precedenza. Questo passaggio aiuta a garantire che il sito o l’applicazione sia completamente funzionante e privo di vulnerabilità.
Aggiornamento del software e delle patch di sicurezza
Un’altra attività fondamentale del processo di ripristino è l’aggiornamento del software e delle patch di sicurezza. Questo passo prevede l’installazione degli ultimi aggiornamenti del software e delle patch di sicurezza, che aiutano a prevenire future vulnerabilità e a mantenere il sistema al sicuro.
Creazione di backup del sito o dell’applicazione
La creazione di backup del sito o dell’applicazione è un’altra attività importante del processo di ripristino. Questo passo prevede la creazione di una copia di sicurezza del sito o dell’applicazione che potrà essere utilizzata.
Come abbiamo potuto vedere si tratta di un processo complesso e, francamente, lento e macchinoso: è necessario compiere tutta una serie di passaggi tecnici obbligati perché l’obiettivo non è solo quello di ripristinare una situazione compromessa ma fare in modo che non accada mai più.
Un sistema compromesso può voler dire ore o giorni di inattività e una enorme perdita di affari. Risulta quindi fondamentale attuare una serie di politiche e di azioni di prevenzione e di aggiornamento dei sistemi ma, qualora neanche questo bastasse, è necessario agire tempestivamente per il ripristino dell’operatività.
Tutto il team di Axio Studio lavora quotidianamente con innumerevoli sistemi, diversi e complessi. Siamo a vostra disposizione per una valutazione del vostro sistema e quindi per la realizzazione di un piano di manutenzione ordinaria o di disaster recovery.
Corso Full Stack Web Developer
programmato un corso di formazione per diventare Full Stack Developer nell’ambito Web.
Attraverso il corso i partecipanti prenderanno confidenza e avranno modo di conoscere in modo più approfondito lo stack e le architetture adottate in Axio Studio ed avranno modo di formarsi sui seguenti argomenti:
Al termine del percorso formativo sarà identificata una figura da integrare in organico attraverso un primo periodo di stage formativo (2 settimane) e un successivo contratto di formazione lavoro per un periodo di 18 mesi + 18 mesi.
Per maggiori informazioni sul programma del corso e per i dettagli sugli argomenti trattati, fare riferimento alla scheda tecnica sul sito di ASEV.
Foto di Ilya Pavlov su Unsplash
Axio Studio a SMAU Milano 2022
Grazie alla lunga amicizia e stretta collaborazione che ci lega ad IWA Italy (International Web Association) siamo stati graditi ospiti dell’edizione 2022 di Smau Milano.
Il nostro CEO Diego La Monica ha presentato un workshop sulla nuova possibilità delle PWA intitolato E se non avessi davvero bisogno di un app? che è andato tutto esaurito in pochi minuti sia in presenza che online.
”Se la tua azienda non ha un sito web non esiste” veniva dichiarato all’inizio del secolo. L’affermazione si è ampliata con ”Se la tua azienda non ha un’app non esiste” a partire dal 2010. Niente è peggio di un bisogno indotto fine a se stesso. Sandro Pertini disse che: “Gli uomini, per essere liberi, è necessario prima di tutto che siano liberati dall’incubo del bisogno.” In questo workshop analizzeremo i costi di avvio e di gestione di un’app, le necessità tipiche, le soluzioni alternative e quando è davvero fondamentale.
PayPal vs Stripe, quale piattaforma di pagamento scegliere
Pagamenti online, difficile immaginare qualcuno che non si sia interfacciato con la questione almeno una volta.
Di sicuro, tra i sistemi più utilizzati per la gestione delle transazioni online svettano PayPal e Stripe.
Vediamoli più nel dettaglio, in modo da mettere in luce caratteristiche, differenze e vantaggi di entrambi.
PayPal si presenta come una piattaforma digitale nata nel 1998 e ha il merito di aver letteralmente rivoluzionato il settore dei pagamenti digitali. Grazie a PayPal chiunque può effettuare pagamenti su internet utilizzando una carta di debito oppure il proprio account online.
Per gli acquirenti è prevista anche una tutela aggiuntiva detta protezione degli acquisti, grazie alla quale PayPal riconosce l’eventuale rimborso per un articolo smarrito, non funzionante oppure non conforme alla descrizione fornita dal venditore.
Con PayPal è inoltre possibile trasferire denaro senza bisogno di digitare il numero della carta o le coordinate del conto corrente.
Un sito e-commerce può servirsi di PayPal per gestire l’intero gateway di pagamento oppure offrire PayPal come metodo di pagamento alternativo e totalmente sicuro.
Tra l’altro, la piattaforma offre servizi aggiuntivi quali fatturazione online, pulsanti per effettuare donazioni e tanto altro ancora.
Dal canto suo, Stripe è operativo in Italia dal 2018 e si configura come una piattaforma globale in cloud integrabile su siti e-commerce, marketplace e app: solo poche righe di codice e i pagamenti arriveranno a destinazione in modo rapido e sicuro, con possibilità di utilizzare diversi metodi di transazione tra cui carte di credito, di debito e carte prepagate.
La piattaforma è destinata alle aziende di qualunque dimensione, è fruibile da ogni browser e dispositivo, tutte le settimane si arricchisce di funzionalità nuove e propone interfacce client personalizzate.
Tanto Stripe quanto PayPal sono affidabili e con un buon grado di sicurezza rispetto alle tanto temute frodi.
Tuttavia, se hai un e-commerce e devi scegliere tra un sistema e l’altro, diventa ovviamente importante anche valutare i costi del servizio.
In questo caso, la prima cosa da sapere è che nessuno dei due sistemi prevede addebiti mensili ricorrenti, non occorre acquistare un abbonamento né sottoscrivere alcuna fee di attivazione, e questo è buono sopratutto nel caso di start-up o piccole imprese.
Per quanto riguarda gli addebiti, Stripe propone un piano decisamente lineare con una commissione del 2,9% più 30 centesimi per ogni transazione andata a buon fine; a questa si aggiunge un ulteriore 1% nel caso di pagamenti internazionali.
Anche PayPal richiede il 2.9% più una commissione fissa, ma arriva fino al 4,4% per transazioni al di fuori degli Stati Uniti, e questo vale anche se il cliente ha sede negli USA ma utilizza una carta internazionale.
Viceversa, Stripe risulta più economico per i pagamenti transfrontalieri, applicando il 3,9% più 30 centesimi.
In merito all’installazione, entrambi i metodo sono piuttosto semplici da integrare e sono ben documentate e largamente testate.
Tuttavia Stripe supporta alcune funzionalità CMS in più rispetto a PayPal, il che consente di convergere verso opzioni di sviluppo più “sofisticate”, e sopratutto dotate di un maggior grado di personalizzazione.
Parlando di diffusione e della disponibilità globale, occorre sottolineare che ad oggi PayPal copre circa 200 paesi supportando 25 valute. Viceversa, Stripe è disponibile in 26 paesi ma supporta ben 135 valute.
Non è facile stabilire un vincitore tra le due piattaforme, quel che è certo è che Stripe si sta imponendo sul mercato con buona velocità ed è incredibilmente semplice da installare sui siti WordPress. Senz’altro è più conveniente per i pagamenti internazionali, mentre PayPal lo è nel caso di micro-transazioni.
Se hai ancora le idee un po’ confuse e hai bisogno di un consiglio per il tuo e-commerce, contattaci!